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[RECE] Viaggio in Bosnia-Herzegovina: conoscere la guerra, imparare la pace (6/6)
Atto 12
Sarajevo è bellissima. Oggi piove ma ieri, quando sono giunto qui, la giornata era quasi calda. Un evento in questa stagione, in questa zona del continente dove un vento freddo soffia spesso per le vecchie vie del centro e dove gli inverni sono ancora rigidi e nevosi com'erano dalle mie parti cinquant'anni fa. Però oggi piove ed il paesaggio urbano è acquerellato di un uniforme grigio piombo nel quale la città si muove velocemente, il più delle volte incurante delle nere pozzanghere disseminate per tutta la città. Ma i cittadini non sembrano per nulla immalinconirsene, anzi, e se ancora dovessero riservarmi delle sorprese, queste non potrebbero che sopraggiungere dall'innato senso dell'ospitalità, della cortesia e del calore umano che le contraddistingue. È incredibile come sia facile entrare in relazione con chiunque, scambiare una battuta o ricevere un semplice, amichevole sorriso. Nel prendere atto una volta in più queste qualità congenite nella popolazione balcanica, mi scopro al contempo amareggiato nel sorprendermi di tali semplici gesti che invece dovrebbero, ad attestazione che disgraziatamente da noi non sono la regola, essere il precetto per una convivenza e una comprensione reciproca basata sul rispetto degli uni con gli altri. E se è vero che negli anni novanta il riguardo tra le diverse etnie ha toccato uno dei punti più bassi della storia moderna dell'ex-Jugoslavia, è altrettanto indubbio che la politica di tolleranza per una coesistenza pacifica tra i popoli che si sta perseguendo in questi anni, sarebbe già miseramente fallita se non ci fosse la condivisione degli intenti dal basso per cercare di abbattere tali barriere; ed in tutta onestà, da ciò che percepisco e intendo in questi giorni, non nego di essere estremamente ottimista sul futuro di questa terra. Sarajevo, ma prima Bosnavàr (XIII sec.) e poi Bosna Saraj (XV sec.), ha le sue origini proprio attorno al 1200 dc. La sua storia è stata costellata da invasioni e devastazioni, ma uno degli episodi storici più importanti che vide Sarajevo suo malgrado protagonista, fu senza dubbio il 28 giugno 1914, giorno in cui fu teatro dell'attentato di Gavrilo Princip in cui persero la vita l'arciduca ereditario d'Austria Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia, episodio che fu la causa immediata della prima guerra mondiale. Oggi il punto esatto in cui avvenne l'attentato è ricordato da una targa. Ma nella memoria collettiva degli abitanti e negli edifici della città sono ben più vividi i recenti episodi degli anni novanta. Tra le più tragiche testimonianze di questo infame lasso di tempo ed a perenne memoria rimarrà "l'Oslobodenje". "Liberazione", in italiano, è il quotidiano di Sarajevo che anche in tempo di guerra usciva tutti giorni malgrado i continui attacchi sferrati dai miliziani serbi. Il palazzo in cui aveva sede la redazione è divenuto così il simbolo della resistenza di Sarajevo e non verrà mai più ricostruito o restaurato. Cammino senza meta per tutto il giorno, lasciandomi guidare solo dal vento o da improvvisati "ciceroni" che "ingaggio" lungo la via e che cambiano di volta in volta aspetto in vecchietti annoiati sulle panchine del parco o bambini di ritorno da scuola, ragazze meno timide del forestiero o semplici madri di famiglia che si recano a far la spesa. Ed ora, in compagnia di una donna sulla quartina che ho "adescato" con la scusa di indicarmi la posta, sto attraversando per l'ennesima volta l' incantevole quartiere turco Bascarsija, che passaggio dopo passaggio, racconto dopo racconto delle mie "guide", non ha ancora smesso di stregarmi. Racconti che non si ripetono, storie mai uguali alle altre, ed ecco perché questa città non può essere comparata con nessun'altra, perché questa capitale ti porti ineluttabilmente ad amarla: perché Sarajevo è casa. Ed ognuna delle persone che mi ha accompagnato attraverso la "sua casa", vi scorge particolari unici, prova sentimenti diversi, è allegro o irritato, permaloso o tranquillo; ma tutti sono orgogliosi, della loro casa. Sono oramai le sette e mezzo e m'infilo nella prima trattoria che trovo per godermi i deliziosi cevapcici con una fresca belo pivo. Una leggera e delicata pioggia è da poco calata come un velo nuziale sulla città, rendendo tutto più evanescente, etereo. Seduto sul terrazzo coperto del locale con l'immancabile vento freddo a farmi compagnia, mi appresto a sorseggiare l'ultimo goccio di birra, ma prima di far calare il sipario anche su questa giornata, scolpisco con la penna sul mio quadernetto le ultime sensazioni che Sarajevo mi ha regalato, perché domani tutto questo non mi sia appari solo un altro, perduto sogno: Sarajevo romantica, dove giovani coppie passeggiano al chiaro di luna ed un discreto ritornello musicale accompagna, dalla finestra di fronte, il loro lento incedere; Sarajevo spezziata, dove la colorata anima turca non s'accontenta di pavoneggiarsi a Bascarsija, anima commerciale e del tempo libero di Sarajevo, ma s'intrufola anche nella cucina, nei tappeti scadenti e nel fumo a buon mercato; Sarajevo incolume, dove le bombe hanno graffiato e storpiato gli edifici storici, ma non l'orgoglio della sua gente; Sarajevo islamica, dove le moschee parlano del suo passato, presente e futuro; Sarajevo culla religiosa, dove l'osservante musulmano ed ortodosso, come quello ebreo e cristiano, prega sotto diversi nomi lo stesso dio, chiedendo lui un domani di pace; Sarajevo d'acqua, dove la pioggia è costante compagna di viaggio e dove il tranquillo incedere del fiume Miljacka le conferisce l'aurea di città "importante"; Sarajevo blindata, dove non passano più di cinque minuti senza incrociare lo sguardo su sventolanti bandierine canadesi, olandesi, italiane e tedesche apposte sui troppo appariscenti veicoli della Sfor; Sarajevo ottimista, dove ci sono ancora troppi negozi di souvenir per troppi pochi turisti; Sarajevo a misura d'uomo, dove questa altezza è ben segnata nelle facciate esterne degli edifici dalle fossette dei proiettili; Sarajevo dei fantasmi, dove è inquietante immaginare da quante traiettorie di fuoco si viene idealmente attraversati mentre si cammina lungo il viale dei cecchini. E quanti cadaveri si saranno calpestati lungo la via? Sarajevo capitale, nel bene e nel male. Polo d'attrazione per chi vuol farla rinascere e per chi la vuole definitivamente affossare. Sarajevo da amare, perché come lei, nessun'altra sa tanto ricambiare. Atto 13 Alle 8 del mattino sono già in strada. Oggi ritornerò a nord, lasciandomi alle spalle Sarajevo. Ciò che non riuscirò a lasciarmi alle spalle saranno i ricordi e le emozioni che tutto e tutti, in questa magnifica città, mi hanno donato incondizionatamente. Prima imboccare la via verso Jaice (passando per Jablanica), voglio però visitare una delle opere piùtoccanti e significative che la guerra ha lasciato a Sarajevo: il tunnel. Situato a Butmir, sobborgo di Ilidza, è stato costruito durante il conflitto e scavato interamente con le mani da 70 persone che hanno lavorato in condizioni inimmaginabili giorno e notte per quattro mesi. Soprattutto vecchi e malati perché i giovani e quelli in forze erano a combattere. Alla fine, il 31 luglio 1993, il tunnel era lungo 800 metri, largo 85 cm e alto 1,50 m. Passava sotto la pista dell'aeroporto e finiva a Dobrinija, con le prime case di Sarajevo. Per tre anni è stato l'unico collegamento della città sotto assedio con l' esterno. Dentro al tunnel, 24 carrellini da miniera trasportavano incessantemente sui binari armi, feriti, vettovaglie, civili e militari, arrivando a far transitare ben 3.000 persone al giorno. Oggi del tunnel rimane solo un piccolo tratto visitabile, ma il ricordo di ciò che il luogo ha rappresentato e rappresenta per molti tutt'oggi, è sufficiente a renderlo assolutamente coinvolgente. La strada che mi porta a Jaice scorre senza intoppi, o quasi. In questa parte della Bosnia centrale il paesaggio, come avevo già avuto modo di constatare, è veramente fatato. Avvicinandosi alla città, una cascata alta ben trent'otto metri formata nei secoli dagli scavi del fiume Pliva, è solo il culmine di una natura che ha deciso di concedere all'uomo più di quanto quest'ultimo voglia concedere a se stesso. Ma la cornice in cui sono inserito è rovinata dal camion articolato che ormai da qualche chilometro mi sta innervosendo con un andatura di 30-35 km/h. La possibilità di sorpasso è anche ridotta al minimo, susseguendosi molto spesso tornanti a destra e a sinistra e tratti in salita di notevole pendenza. All'improvviso un tratto più lungo di rettilineo mi convince che se non sorpasso adesso avrò questa croce da portarmi avanti sino a Jaice! Scalo una marcia, ed agguerritissimo dispongo la freccia a sinistra. Con sguardo impavido mi affianco al camion, che dal canto suo non fa cenni per favorirmi la manovra e con strombazzata finale di vanto lo supero definitivamente giusto poco prima di una curva a gomito a destra. Con un sorriso di soddisfazione mi pregusto già la strada che si aprirà innanzi a me senza ostacoli, quando... -"No cazzo! Speriamo non mi fermino!" mi auto imploro. E invece(!!!)... paletta bianco rossa = accostare per favore = rottura di palle in arrivo = il maledetto camion mi risorpasserà!! -"Buonciorno signore, preco documenti!", mi esorta l'agente. Con solerzia porgo al poliziotto la patente ed il libretto. -"Signor Omar, lei sorpassato in curva. Lei sbagliato e lei pagare!" mi ammonisce. E voglio dire, già con un verdetto simile mi prefiguravo la scena: sbarra giudiziaria comparsa come d'incanto dal bagagliaio della pattuglia e piazzata sul ciglio strada. I due agenti vestiti in uniforme, ma con le parrucche vittoriane dei giudici inglesi, che con un enorme martello picchiavano sul clacson dell'Y10 e iniziavano con un intimidatorio accento slavo: "Si dichiara aperto il processo. Lei Signor Omar è colpevole di crimini verso l'umanità dei camionisti, per aver insindacabilmente leso la dignità degli stessi, erigendosi diritti che la comunità internazionale presieduta dal dottor Scania ha espressamente definito come gravemente imputabili di reato. Per questo motivo lei sarà condannato a guidare per 1000 chilometri consecutivi in una mulattiera posteriormente ad un Tir impiegato al trasporto di cristalleria Swarowski. Ogni danno causato a persone o cose sarà considerato a suo carico. Così è deciso, l'udienza è tolta!" Fortunatamente la realtà è stata un po' meno tiranna riservandomi una multa di "ben" 10 euro, ma fissandomi nuovamente, qualche chilometro più avanti, il sublime incontro con il fumo di scarico del camionista! "Che palle!! Quanto cacchio mancherà a Jaice!!" penso. Non moltissimo, appena diciotto chilometri, che stavolta però me li "godrò" interamente con l'adesivo Tir a cinque metri dal cofano dell'auto. Jaice è una notevole cittadina medievale protetta da mura con strade ciottolate e vecchie case, che sorge abbarbicata su un colle che un abisso profondo separa da una vasta montagna coperta di foreste e villaggi, ed è attraversata da un fiume che scende impetuoso per gettarsi, con un salto di una trentina di metri, in fondo all'abisso. La fortezza della città, oggi in rovina, era residenza reale: fu qui che Stevan Tomasevic, ultimo sovrano di Bosnia, accettò, nel 1463, di cedere il potere agli Ottomani in cambio della vita, ma venne, a patto concluso, presto assassinato. La popolazione aveva però accolto con favore l'arrivo dei Turchi, e per oltre quattro secoli rimase fedelmente islamica, tanto che gli austriaci, subentrati nel 1878, ebbero notevoli difficoltà a sottometterla. Anche Jaice non è stata risparmiata naturalmente dall'ultimo conflitto bellico e nei mesi in cui la città cadde sotto il controllo serbo, furono distrutte gran parte delle testimonianza del periodo turco. Una sosta di un paio d'ore sarebbe più che sufficiente per visitare la città, ma in questo momento mi sento svuotato, mentalmente e fisicamente. Ho voglia solo di godermi il tramonto da questa appendice di terra che si spinge verso il cielo, da dove tutto sembra più chiaro, da dove il sole non tramonta mai. Sono partito per visitare luoghi, incontrare persone, distinguere nuovi colori esapori attraverso un viaggio che innanzi tutto mi ha fatto scoprire nuove emozioni. Emozioni di cui avevo sentito parlare e che forse avevo anche già sperimentato, ma che mai come in questo cammino si sono offerte così tangibili, così reali. Sono partito per conoscere la guerra affinché possa imparare la pace. Le due follie del nostro tempo che qui passeggiano a braccetto da anni, da secoli, forse da sempre. Come delle vecchie amiche di ventura si invitano in una malinconica danza, si abbracciano e si scambiano le parti e i passi, ballando al ritmo di una musica gitana. In questi giorni bosniaci, sono partito per ritornare. "Underground Tango" di Goran Bregovic si diffonde dalle casse dell'auto mentre fuori ormai è buio e sto ritornando nell'alloggio che ho trovato un po' fuori città. Domani ancora una volta ripercorrerò a ritroso, verso casa, la strada eterna. La strada che alimenta una volta in più la consapevolezza che se mai un giorno dovesse dissolversi questa eterna infatuazione, questo impulso irrefrenabile che non mi permette di allontanarmi, di dimenticare questo mirabolante universo balcanico, terra di pazzi e di eroi, di zingari e poeti, di musica e silenzi, di veggenze e crudeltà, di storia e sapori, di contrasti e semplicità, di sorrisi e dinieghi; se mai un giorno destandomi, tutto questo dovesse come d'incanto scomparire, svanire nel nulla, forse sarò realmente nel giardino dell'Eden ed all'improvviso, rammentandomi i versi del poeta turco Evlija Celebija, allora saprò esattamente in che punto del pianeta mi troverò. FINE -- La neve non cade per farci perdere le tracce, ma perché ogni creatura per quanto piccola e debole possa lasciarci la sua. Proverbio serbo |
| Tags: bosniaherzegovina, conoscere, guerra, imparare, rece, viaggio |
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