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Old 07-10-2003, 11:47 AM
Mr. Ed
 
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[RECE] Viaggio in Bosnia-Herzegovina: conoscere la guerra, imparare la pace (6/6)

Atto 12

Sarajevo è bellissima.
Oggi piove ma ieri, quando sono giunto qui, la giornata era quasi calda. Un
evento in questa stagione, in questa zona del continente dove un vento
freddo soffia spesso per le vecchie vie del centro e dove gli inverni sono
ancora rigidi e nevosi com'erano dalle mie parti cinquant'anni fa.
Però oggi piove ed il paesaggio urbano è acquerellato di un uniforme grigio
piombo nel quale la città si muove velocemente, il più delle volte incurante
delle nere pozzanghere disseminate per tutta la città.
Ma i cittadini non sembrano per nulla immalinconirsene, anzi, e se ancora
dovessero riservarmi delle sorprese, queste non potrebbero che
sopraggiungere dall'innato senso dell'ospitalità, della cortesia e del
calore umano che le contraddistingue.
È incredibile come sia facile entrare in relazione con chiunque, scambiare
una battuta o ricevere un semplice, amichevole sorriso.
Nel prendere atto una volta in più queste qualità congenite nella
popolazione balcanica, mi scopro al contempo amareggiato nel sorprendermi di
tali semplici gesti che invece dovrebbero, ad attestazione che
disgraziatamente da noi non sono la regola, essere il precetto per una
convivenza e una comprensione reciproca basata sul rispetto degli uni con
gli altri.
E se è vero che negli anni novanta il riguardo tra le diverse etnie ha
toccato uno dei punti più bassi della storia moderna dell'ex-Jugoslavia, è
altrettanto indubbio che la politica di tolleranza per una coesistenza
pacifica tra i popoli che si sta perseguendo in questi anni, sarebbe già
miseramente fallita se non ci fosse la condivisione degli intenti dal basso
per cercare di abbattere tali barriere; ed in tutta onestà, da ciò che
percepisco e intendo in questi giorni, non nego di essere estremamente
ottimista sul futuro di questa terra.

Sarajevo, ma prima Bosnavàr (XIII sec.) e poi Bosna Saraj (XV sec.), ha le
sue origini proprio attorno al 1200 dc.
La sua storia è stata costellata da invasioni e devastazioni, ma uno degli
episodi storici più importanti che vide Sarajevo suo malgrado protagonista,
fu senza dubbio il 28 giugno 1914, giorno in cui fu teatro dell'attentato di
Gavrilo Princip in cui persero la vita l'arciduca ereditario d'Austria
Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia, episodio che fu la causa immediata
della prima guerra mondiale.
Oggi il punto esatto in cui avvenne l'attentato è ricordato da una targa.
Ma nella memoria collettiva degli abitanti e negli edifici della città sono
ben più vividi i recenti episodi degli anni novanta.
Tra le più tragiche testimonianze di questo infame lasso di tempo ed a
perenne memoria rimarrà "l'Oslobodenje".
"Liberazione", in italiano, è il quotidiano di Sarajevo che anche in tempo
di guerra usciva tutti giorni malgrado i continui attacchi sferrati dai
miliziani serbi. Il palazzo in cui aveva sede la redazione è divenuto così
il simbolo della resistenza di Sarajevo e non verrà mai più ricostruito o
restaurato.
Cammino senza meta per tutto il giorno, lasciandomi guidare solo dal vento o
da improvvisati "ciceroni" che "ingaggio" lungo la via e che cambiano di
volta in volta aspetto in vecchietti annoiati sulle panchine del parco o
bambini di ritorno da scuola, ragazze meno timide del forestiero o semplici
madri di famiglia che si recano a far la spesa.
Ed ora, in compagnia di una donna sulla quartina che ho "adescato" con la
scusa di indicarmi la posta, sto attraversando per l'ennesima volta l'
incantevole quartiere turco Bascarsija, che passaggio dopo passaggio,
racconto dopo racconto delle mie "guide", non ha ancora smesso di stregarmi.
Racconti che non si ripetono, storie mai uguali alle altre, ed ecco perché
questa città non può essere comparata con nessun'altra, perché questa
capitale ti porti ineluttabilmente ad amarla: perché Sarajevo è casa.
Ed ognuna delle persone che mi ha accompagnato attraverso la "sua casa", vi
scorge particolari unici, prova sentimenti diversi, è allegro o irritato,
permaloso o tranquillo; ma tutti sono orgogliosi, della loro casa.

Sono oramai le sette e mezzo e m'infilo nella prima trattoria che trovo per
godermi i deliziosi cevapcici con una fresca belo pivo.
Una leggera e delicata pioggia è da poco calata come un velo nuziale sulla
città, rendendo tutto più evanescente, etereo.
Seduto sul terrazzo coperto del locale con l'immancabile vento freddo a
farmi compagnia, mi appresto a sorseggiare l'ultimo goccio di birra, ma
prima di far calare il sipario anche su questa giornata, scolpisco con la
penna sul mio quadernetto le ultime sensazioni che Sarajevo mi ha regalato,
perché domani tutto questo non mi sia appari solo un altro, perduto sogno:
Sarajevo romantica, dove giovani coppie passeggiano al chiaro di luna ed un
discreto ritornello musicale accompagna, dalla finestra di fronte, il loro
lento incedere;
Sarajevo spezziata, dove la colorata anima turca non s'accontenta di
pavoneggiarsi a Bascarsija, anima commerciale e del tempo libero di
Sarajevo, ma s'intrufola anche nella cucina, nei tappeti scadenti e nel fumo
a buon mercato;
Sarajevo incolume, dove le bombe hanno graffiato e storpiato gli edifici
storici, ma non l'orgoglio della sua gente;
Sarajevo islamica, dove le moschee parlano del suo passato, presente e
futuro;
Sarajevo culla religiosa, dove l'osservante musulmano ed ortodosso, come
quello ebreo e cristiano, prega sotto diversi nomi lo stesso dio, chiedendo
lui un domani di pace;
Sarajevo d'acqua, dove la pioggia è costante compagna di viaggio e dove il
tranquillo incedere del fiume Miljacka le conferisce l'aurea di città
"importante";
Sarajevo blindata, dove non passano più di cinque minuti senza incrociare lo
sguardo su sventolanti bandierine canadesi, olandesi, italiane e tedesche
apposte sui troppo appariscenti veicoli della Sfor;
Sarajevo ottimista, dove ci sono ancora troppi negozi di souvenir per troppi
pochi turisti;
Sarajevo a misura d'uomo, dove questa altezza è ben segnata nelle facciate
esterne degli edifici dalle fossette dei proiettili;
Sarajevo dei fantasmi, dove è inquietante immaginare da quante traiettorie
di fuoco si viene idealmente attraversati mentre si cammina lungo il viale
dei cecchini. E quanti cadaveri si saranno calpestati lungo la via?
Sarajevo capitale, nel bene e nel male. Polo d'attrazione per chi vuol farla
rinascere e per chi la vuole definitivamente affossare.
Sarajevo da amare, perché come lei, nessun'altra sa tanto ricambiare.

Atto 13

Alle 8 del mattino sono già in strada.
Oggi ritornerò a nord, lasciandomi alle spalle Sarajevo.
Ciò che non riuscirò a lasciarmi alle spalle saranno i ricordi e le emozioni
che tutto e tutti, in questa magnifica città, mi hanno donato
incondizionatamente.
Prima imboccare la via verso Jaice (passando per Jablanica), voglio però
visitare una delle opere piùtoccanti e significative che la guerra ha
lasciato a Sarajevo: il tunnel.
Situato a Butmir, sobborgo di Ilidza, è stato costruito durante il conflitto
e scavato interamente con le mani da 70 persone che hanno lavorato in
condizioni inimmaginabili giorno e notte per quattro mesi. Soprattutto
vecchi e malati perché i giovani e quelli in forze erano a combattere.
Alla fine, il 31 luglio 1993, il tunnel era lungo 800 metri, largo 85 cm e
alto 1,50 m.
Passava sotto la pista dell'aeroporto e finiva a Dobrinija, con le prime
case di Sarajevo.
Per tre anni è stato l'unico collegamento della città sotto assedio con l'
esterno.
Dentro al tunnel, 24 carrellini da miniera trasportavano incessantemente sui
binari armi, feriti, vettovaglie, civili e militari, arrivando a far
transitare ben 3.000 persone al giorno.
Oggi del tunnel rimane solo un piccolo tratto visitabile, ma il ricordo di
ciò che il luogo ha rappresentato e rappresenta per molti tutt'oggi, è
sufficiente a renderlo assolutamente coinvolgente.

La strada che mi porta a Jaice scorre senza intoppi, o quasi.
In questa parte della Bosnia centrale il paesaggio, come avevo già avuto
modo di constatare, è veramente fatato.
Avvicinandosi alla città, una cascata alta ben trent'otto metri formata nei
secoli dagli scavi del fiume Pliva, è solo il culmine di una natura che ha
deciso di concedere all'uomo più di quanto quest'ultimo voglia concedere a
se stesso.
Ma la cornice in cui sono inserito è rovinata dal camion articolato che
ormai da qualche chilometro mi sta innervosendo con un andatura di 30-35
km/h.
La possibilità di sorpasso è anche ridotta al minimo, susseguendosi molto
spesso tornanti a destra e a sinistra e tratti in salita di notevole
pendenza.
All'improvviso un tratto più lungo di rettilineo mi convince che se non
sorpasso adesso avrò questa croce da portarmi avanti sino a Jaice!
Scalo una marcia, ed agguerritissimo dispongo la freccia a sinistra.
Con sguardo impavido mi affianco al camion, che dal canto suo non fa cenni
per favorirmi la manovra e con strombazzata finale di vanto lo supero
definitivamente giusto poco prima di una curva a gomito a destra.
Con un sorriso di soddisfazione mi pregusto già la strada che si aprirà
innanzi a me senza ostacoli, quando...
-"No cazzo! Speriamo non mi fermino!" mi auto imploro.
E invece(!!!)... paletta bianco rossa = accostare per favore = rottura di
palle in arrivo = il maledetto camion mi risorpasserà!!
-"Buonciorno signore, preco documenti!", mi esorta l'agente.
Con solerzia porgo al poliziotto la patente ed il libretto.
-"Signor Omar, lei sorpassato in curva. Lei sbagliato e lei pagare!" mi
ammonisce.
E voglio dire, già con un verdetto simile mi prefiguravo la scena: sbarra
giudiziaria comparsa come d'incanto dal bagagliaio della pattuglia e
piazzata sul ciglio strada. I due agenti vestiti in uniforme, ma con le
parrucche vittoriane dei giudici inglesi, che con un enorme martello
picchiavano sul clacson dell'Y10 e iniziavano con un intimidatorio accento
slavo: "Si dichiara aperto il processo. Lei Signor Omar è colpevole di
crimini verso l'umanità dei camionisti, per aver insindacabilmente leso la
dignità degli stessi, erigendosi diritti che la comunità internazionale
presieduta dal dottor Scania ha espressamente definito come gravemente
imputabili di reato.
Per questo motivo lei sarà condannato a guidare per 1000 chilometri
consecutivi in una mulattiera posteriormente ad un Tir impiegato al
trasporto di cristalleria Swarowski.
Ogni danno causato a persone o cose sarà considerato
a suo carico. Così è deciso, l'udienza è tolta!"
Fortunatamente la realtà è stata un po' meno tiranna riservandomi una multa
di "ben" 10 euro, ma fissandomi nuovamente, qualche chilometro più avanti,
il sublime incontro con il fumo di scarico del camionista!
"Che palle!! Quanto cacchio mancherà a Jaice!!" penso.
Non moltissimo, appena diciotto chilometri, che stavolta però me li "godrò"
interamente con l'adesivo Tir a cinque metri dal cofano dell'auto.

Jaice è una notevole cittadina medievale protetta da mura con strade
ciottolate e vecchie case, che sorge abbarbicata su un colle che un abisso
profondo separa da una vasta montagna coperta di foreste e villaggi, ed è
attraversata da un fiume che scende impetuoso per gettarsi, con un salto di
una trentina di metri, in fondo all'abisso.
La fortezza della città, oggi in rovina, era residenza reale: fu qui che
Stevan Tomasevic, ultimo sovrano di Bosnia, accettò, nel 1463, di cedere il
potere agli Ottomani in cambio della vita, ma venne, a patto concluso,
presto assassinato.
La popolazione aveva però accolto con favore l'arrivo dei Turchi, e per
oltre quattro secoli rimase fedelmente islamica, tanto che gli austriaci,
subentrati nel 1878, ebbero notevoli difficoltà a sottometterla.
Anche Jaice non è stata risparmiata naturalmente dall'ultimo conflitto
bellico e nei mesi in cui la città cadde sotto il controllo serbo, furono
distrutte gran parte delle testimonianza del periodo turco.
Una sosta di un paio d'ore sarebbe più che sufficiente per visitare la
città, ma in questo momento mi sento svuotato, mentalmente e fisicamente.
Ho voglia solo di godermi il tramonto da questa appendice di terra che si
spinge verso il cielo, da dove tutto sembra più chiaro, da dove il sole non
tramonta mai.
Sono partito per visitare luoghi, incontrare persone, distinguere nuovi
colori esapori attraverso un viaggio che innanzi tutto mi ha fatto
scoprire nuove emozioni.
Emozioni di cui avevo sentito parlare e che forse avevo anche già
sperimentato, ma che mai come in questo cammino si sono offerte così
tangibili, così reali.
Sono partito per conoscere la guerra affinché possa imparare la pace. Le due
follie del nostro tempo che qui passeggiano a braccetto da anni, da secoli,
forse da sempre.
Come delle vecchie amiche di ventura si invitano in una malinconica danza,
si abbracciano e si scambiano le parti e i passi, ballando al ritmo di una
musica gitana.
In questi giorni bosniaci, sono partito per ritornare.

"Underground Tango" di Goran Bregovic si diffonde dalle casse dell'auto
mentre fuori ormai è buio e sto ritornando nell'alloggio che ho trovato un
po' fuori città.
Domani ancora una volta ripercorrerò a ritroso, verso casa, la strada
eterna.
La strada che alimenta una volta in più la consapevolezza che se mai un
giorno dovesse dissolversi questa eterna infatuazione, questo impulso
irrefrenabile che non mi permette di allontanarmi, di dimenticare questo
mirabolante universo balcanico, terra di pazzi e di eroi, di zingari e
poeti, di musica e silenzi, di veggenze e crudeltà, di storia e sapori, di
contrasti e semplicità, di sorrisi e dinieghi; se mai un giorno destandomi,
tutto questo dovesse come d'incanto scomparire, svanire nel nulla, forse
sarò realmente nel giardino dell'Eden ed all'improvviso, rammentandomi i
versi del poeta turco Evlija Celebija, allora saprò esattamente in che punto
del pianeta mi troverò.

FINE

--
La neve non cade per farci perdere le tracce, ma perché ogni
creatura per quanto piccola e debole possa lasciarci la sua.

Proverbio serbo






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